#17 Veleno
L'incontro che nessuno vorrebbe fare insieme al proprio cane: quello con la vipera. Tra paure molto umane e i dati scientifici, qualche risposta a un timore che torna puntuale ogni estate

«Non ho mai visto tanti serpenti come oggi», pensavo qualche giorno fa, in giro con Yanez. Tempo di arrivare a casa e dalla chat del canile in cui ho fatto volontariato per tanti anni è arrivata una notizia: uno degli ospiti di più lunga data, Paco, era stato morso da una vipera.
Uno dei miei peggiori incubi.
Morso in pieno muso, a pochi passi dall’ingresso della struttura. Volontari e socie presenti sono stati bravissimi: lo hanno portato di corsa dal veterinario, per un tratto a braccio, perché sfiga vuole che proprio in questi giorni ci siano lavori in corso sulla strada d’accesso; sono anche riusciti a fare una foto al volo al serpente, permettendo di riconoscerne con certezza la natura velenosa. Lo hanno seguito costantemente nei giorni successivi, durante i quali è rimasto ricoverato in clinica. Tra un aggiornamento e l’altro, sono emerse anche un po’ di domande: ma non potrebbe essere stato un morso a secco? E se mettessimo dei campanelli sul collare dei cani per allontanare i serpenti?
Con l’arrivo dell’estate, mi era già passato per la testa di scrivere di cani e vipere. Avevo scartato il tema: un po’ mi sembrava banale, un po’ mi fa così paura che temevo di peggiorarmi l’ansia. Poi sono arrivate le domande, che mi hanno fatto capire che, al solito, sui temi importanti meglio rischiare la banalità che trascurare un’opportunità di informazione. E per quanto riguarda la paura, beh, ne ho già così tanta che non sarà certo scriverne a peggiorare la situazione.
La stagione dell’ansia
Se si vuole sapere come evitare i morsi di vipera, la prima cosa da fare è conoscere le vipere. Spesso si parte dal come riconoscerle, distinguendole da serpenti non velenosi (attenzione, anche se non rilasciano veleno non significa che non mordano, quindi disinfettare e monitorare per vedere se si sviluppano infiammazione o gonfiore è comunque utile). Tra le caratteristiche più distintive: la pupilla verticale, la coda ben distinguibile dal resto del corpo, la lunghezza limitata. Ora, non so voi, ma io di rado quando incappo in un serpente ho occasione di vedere bene tutti questi aspetti, anche ammesso di avere l’occhio abbastanza allenato da distinguerli. La maggior parte delle volte si coglie solo un guizzo veloce, salvo le occasioni in cui lo vedi fermo a scaldarsi al sole, e in quel caso non ti avvicini comunque, tanto più con un cane. Quindi non sono precisamente le caratteristiche fisiche quelle a cui punterei in ottica di prevenzione.

Semmai sono quelle fisiologiche e comportamentali. Anche perché al riguardo se ne sentono tante, e vale la pena capire cosa c’è di vero.
Tanto per cominciare, le vipere sono rettili e come tali “a sangue freddo”, o più precisamente ectotermi. «Non sono cioè in grado di regolare la propria temperatura corporea interna, così da renderla idonea alle funzioni metaboliche, con il metabolismo, come facciamo noi mammiferi e gli uccelli. Quindi devono esporsi a fonti di calore per scaldarsi: direttamente, mettendosi al sole, o indirettamente, posizionandosi per esempio sotto substrati caldi, come rocce o altri ripari, a loro volta riscaldati dal sole», spiega Matteo Di Nicola, erpetologo e ricercatore sanitario presso l’istituto Zooprofilattico del Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta. «Per le vipere italiane, il periodo di vita attivo va indicativamente da fine febbraio a fine ottobre, ma con variazioni significative a seconda di latitudine e altitudine. In alta montagna, per esempio, il periodo di latenza invernale può prolungarsi di più, così come in pianura o sulle isole può invece risultare leggermente anticipato».
Che le vipere (e i rettili in generale) debbano regolare la propria temperatura interna su quella esterna significa però anche un’altra cosa: non devono scaldarsi troppo. «Quando, per stagione o per orario, la temperature esterne sono troppo elevate, le vipere devono cercare riparo, per cui le si può trovare in aree più fresche e ombreggiate o semplicemente al riparo nei loro rifugi».
In questo contesto, mi è venuto da chiedere a Di Nicola se, come per altre specie (tra cui alcune vettrici di patogeni, come le zecche), ci siano dati su come la crisi climatica modifichi areale e periodo di attività delle vipere. Proprio da poco, ha spiegato, è uscito uno studio di predittività di idoneità degli habitat per i serpenti velenosi a livello globale, con proiezioni al 2050-90. Molto in breve, «Solo per una delle vipere nostrane (Vipera ammodytes) è stato modellizzato un possibile ampliamento di areale; per le altre (V. aspis, V. berus, V. ammodytes e V. ursinii), questo semmai si potrebbe contrarre». Al riguardo, Di Nicola ha pubblicato un post approfondito che vi invito a leggere, perché dice molto non solo di come vanno interpretati questi dati ma anche di come andrebbero raccontati.
Vipera fredda, vipera lenta
Come per ogni altro animale, l’attacco a un qualcosa che non sia una preda è un’extrema ratio. Ci si impegna in un conflitto, potenziale causa di ferite o anche di morte, solo se non ci sono alternative: la fuga è una strategia di sopravvivenza ben più sicura. Quindi un altro presupposto importante quando si parla di vipere è che, considerando che né noi né i cani siamo per loro un possibile pasto, se mordono è per difesa.
Ecco, su questo punto si dice spesso che, proprio per la loro ectotermia, le vipere sono più pericolose quando non si sono ancora scaldate per bene: il metabolismo rallentato rende loro più difficile scappare, per cui sarebbe più probabile al morso. In realtà, le cose sono un filo più complesse. «Il punto è più che altro che una vipera ancora fredda è in generale più lenta. Anche a mordere. Viceversa, quando si è scaldata è più reattiva, più pronta sia alla fuga sia all’attacco», spiega infatti Di Nicola. «Ciò che rappresenta una discriminante tra morso e fuga è semmai quanto si senta minacciata – e quindi essenzialmente quanto noi (o i cani) le siamo vicini. E purtroppo i cani tendono ad avvicinarsi di più e più facilmente con il tartufo quando annusano in giro».
Morso a secco
Altra cosa di cui si sente ogni tanto parlare: la possibilità del morso “a secco”, cioè senza inoculazione di veleno. «Circostanza assolutamente possibile. Le vipere hanno un apparato velenifero molto specializzato che consente di modulare la quantità di veleno inoculata. Il rilascio del veleno dipende dalla compressione muscolare delle ghiandole velenifere, ma anche da fattori meccanici legati alla dinamica del morso, come profondità, durata e corretto ingaggio delle zanne», continua Di Nicola. «Questo dipende anche dall’ingente costo metabolico della produzione del veleno, che non deve dunque essere sprecato. In più, può capitare che un morso sia troppo fugace per consentire l’inoculazione».

C’è anche un altro fattore da tenere in considerazione: una vipera che ha usato da poco il proprio veleno, per esempio per predare, ne avrà meno da inoculare al morso successivo, perché la produzione richiede diverse ore (anche se non significa che il morso sia del tutto innocuo, perché un po’ di veleno nelle ghiandole rimane sempre).
False, invece, due convinzioni molto diffuse: che le vipere giovani siano più pericolose (come se la gioventù le rendesse più arzille…) e che all’approssimarsi del periodo di latenza invernale diventino automaticamente meno velenose. «Le giovani vipere non vanno considerate innocue, ma in termini assoluti hanno ghiandole velenifere più piccole e, di norma, una quantità totale di veleno disponibile inferiore rispetto agli adulti. Inoltre, pur potendo esistere variazioni individuali, stagionali e popolazionali nella composizione o nella quantità di veleno, non vi sono basi per ritenere che la produzione diminuisca in modo prevedibile nel corso dei mesi», spiega l’erpetologo.
Vade retro
È stata mia mamma, quando ero piccola, a insegnarmi di fare rumore durante le escursioni per allontanare animali che non avevo voglia di incontrare. Battere le mani, per esempio. Ma non per i serpenti: «Batti bene i piedi a terra, con forza», mi diceva quando mi vedeva avvicinarmi a un cespuglio, una legnaia, un torrente o un mucchio di pietre.
In effetti, i sensi dei serpenti sono diversi dai nostri. Hanno una chemorecezione molto sviluppata, basata sia sull’olfatto sia sul sistema vomeronasale. «Quando dardeggiano la lingua, raccolgono molecole chimiche dall’ambiente e le trasferiscono agli organi di Jacobson, situati nel tetto della cavità orale. Anche la vista può essere funzionalmente importante, con differenze tra specie, mentre l’udito per i suoni trasmessi per via aerea è più limitato rispetto a quello di molti altri vertebrati», spiega ancora Di Nicola. I serpenti, però, non sono sordi: percepiscono soprattutto stimoli a bassa frequenza e vibrazioni trasmesse attraverso il substrato. Queste ultime vengono convogliate all’orecchio interno attraverso l’apparato mandibolare e le strutture ossee associate.
Da manuale
Tutto ciò detto: come evitare le vipere? So che ormai è prerogativa di ChatGPT, ma per le buone norme mi conviene usare un elenco puntato. E serve una premessa: queste sono appunto buone norme di prevenzione, ma dobbiamo essere consapevoli che non sono efficaci al 100%; le ragioni le indico volta per volta.
Fare rumore, battendo i piedi o eventualmente anche portandosi un bastone, soprattutto in prossimità di luoghi particolarmente accattivanti per i serpenti. Se campanelle o canzoni cantate a squarciagola non servono ad allontanare le vipere, produrre il più possibile vibrazioni al suolo potrebbe permettere ai serpenti di sapere che ci siamo e ci stiamo avvicinando (i cani, così come i bambini, hanno un passo molto più leggero e meno immediatamente percettibile, nonché meno intimidatorio per un serpente). Non è detto che il serpente si allontani, però: può anche immobilizzarsi.
Rimanere sui sentieri. Questa è una buona norma in generale, anche per la tutela della natura, perché uscire dai sentieri può causare disturbo ad altri animali, aumenta la probabilità di calpestare specie vegetali (magari a rischio), eccetera. Per quanto riguarda più nello specifico le vipere, la raccomandazione non è legata tanto alla minor probabilità di incrociarle su un sentiero, che anzi può essere per loro un buon posto per scaldarsi al sole, quanto al fatto che almeno per noi è più facile vederle (vedi punto successivo). E starne alla larga.
Guardare il terreno: d’accordo, le vipere e i serpenti in generale si sanno confondere bene con il suolo, ma è comunque una buona strategia per individuarle (tanto con i cani dovremmo un po’ tutti essere già abituati a tenere gli occhi aperti…)
Tenere il cane al guinzaglio (anche dove non è obbligatorio, cioè). Tenere il cane vicino a noi significa tenerlo anche vicino a quei passi che possono spaventare e auspicabilmente allontanare le vipere. E averlo sotto controllo: ci accorgiamo più facilmente se sta per infilare il muso in un cespuglio o in un mucchio di pietre, se vediamo una vipera possiamo evitare ci si butti addosso (se è “quel tipo” di cane), e più in generale sappiamo se gli succede qualcosa e non corriamo il rischio che scappi, agitandosi ancora di più, se viene morso.
Informarsi sulla zona in cui si va e sui serpenti che la popolano.
Come si diceva, la sfiga esiste e nessuna di queste strategie è efficace al 100%. Prendiamo il caso di Paco: era al guinzaglio, vicinissimo al canile e quindi in uno dei punti con più andirivieni, in un’area ombreggiata. Eppure.
ER
Quindi il morso è un’eventualità da tenere in considerazione. È considerata rara, anche se non ci sono dati epidemiologici solidi perché non esiste un registro nazionale: probabilmente la paura che ci fanno le vipere è più legata alla risonanza mediatica dei morsi, quando si verificano, che alla loro frequenza. Però vale la pena a) informarsi sulle cliniche veterinarie più vicine e tenere a portata di mano il loro numero di telefono e b) sapere se cosa fare se questa eventualità, per quanto rara, si presenta.
Il veleno di vipera contiene numerose proteine (quello della Vipera aspis, una delle più comuni, ne contiene almeno 64), che hanno effetti emo- e citotossici. A livello locale, le conseguenze del morso nei cani sono edema, gonfiore, formazione di ematoma e dolore; a livello sistemico anemia, trombocitopenia, emolisi e problemi della coagulazione, ipotensione. Le tossine possono danneggiare il cuore e causare shock ipovolemico, cioè una rapida e forte perdita di sangue che può portare al collasso degli organi; più rare ma possibili complicanze quali necrosi del tessuto, insufficienza renale, ostruzione delle vie aeree e infezioni batteriche. La gravità degli effetti dipende da una miriade di fattori: la taglia e lo stato di salute di cane, il punto in cui è stato morso, la quantità di veleno inoculato (che a sua volta dipende da fattori fisiologici del serpente).
Comunque, il morso è a tutti gli effetti un’emergenza medico-veterinaria. Purtroppo, però, anche se nella letteratura scientifica si trovano alcuni case studies e studi retrospettivi, non esistono linee guida o protocolli consolidati al riguardo. Le raccomandazioni per i proprietari su cui gli studi concordano sono due: cercare di tenere il cane il più possibile tranquillo, portandolo se possibile in braccio, in modo da evitare che movimento e agitazione velocizzino il flusso sanguigno e con esso la diffusione del veleno; e andare in clinica velocemente. Molto velocemente. Assolutamente no, invece, a tentativi di estrarre il veleno tagliando o succhiando, o di limitarne la diffusione con lacci emostatici o altri oggetti costringenti, che possono bloccare la circolazione e portare alla necrosi del tessuto. Altra cosa utile, avendone l’opportunità, è fotografare il serpente per essere sicuri che sia proprio una vipera. Per inciso, tutto questo vale anche per noi umani.
Per quanto riguarda la clinica, il trattamento si basa essenzialmente su gestione dei sintomi, monitoraggio costante e fluidoterapia (per sostenere l’organismo e aiutare a smaltire il veleno). Esiste anche il “siero” antiveleno, ma il suo uso negli umani è selettivo in base alla gravità del morso, e nei cani… complesso. «Per quanto riguarda gli umani, dall’inizio del 2000 il siero antiveleno è reso disponibile solo in contesto ospedaliero e può essere somministrato solo sotto controllo di un Centro Antiveleno: questo perché sono formulazioni ottenute da materiale equino, e quindi in grado di dare reazioni avverse, in particolare anafilassi (registrate, secondo uno studio svedese, in percentuali simili nei cani)», spiega Di Nicola, che nel 2024 è stato anche primo autore di una guida sulla gestione clinica del morso di vipera (per umani). «Per i cani risulta formalmente autorizzato in Italia il Siero Antivipera Sclavo, soggetto a prescrizione medico-veterinaria. Tuttavia, la sua disponibilità non sembra essere uniforme e il suo impiego clinico non appare routinario; per questo, nella maggior parte dei casi la gestione resta basata su valutazione urgente, monitoraggio, terapia di supporto e, quando indicato e realmente disponibile, l’antiveleno».
Infine due parole, borderline tra il trattamento in clinica e il primo soccorso sul campo, per quanto riguarda l’uso di corticosteroidi. Ho sentito spesso di persone che li portano con sé da somministrare al volo in caso di morso, e possono essere usati anche in clinica per ridurre edema e infiammazione: al riguardo ci sono effettivamente degli studi, anche solidi, che però non ne dimostrano benefici significativi.
Oltre la paura: il diritto di esserci
«Sono elusivi, con una vita estremamente criptica rispetto ad altre specie. Hanno una storia evolutiva tutta loro, che li ha portati a perdere le zampe per evolvere un complesso ed efficace sistema di locomozione basato su movimenti ondulatori e grip al terreno. Soprattutto, hanno una morfologia affascinante, con un’incredibile varietà di geometrie, simmetrie e colori, variegata anche a livello intraspecifico», mi ha detto Di Nicola quando gli ho chiesto cosa gli piacesse tanto dei serpenti.
A me, invece, l’idea che il mio cane sia morso da una vipera spaventa così tanto che ho finito per detestarle. Sfidano sia la mia morale antispecista, sia quella ecologista. Però.
Però so benissimo che hanno il loro ruolo nella regolazione delle popolazioni dei piccoli vertebrati di cui si nutrono e che a loro volta sono una fonte di cibo per varie specie (soprattutto rapaci). So benissimo che sui sentieri, nei boschi, tra i sassi e le sterpi, sono né più né meno che al loro posto, e sono io semmai quella fuori casa.
Non mi sento “una brutta persona” a detestarle: è umano, e direi anche sano, detestare ciò che può fare così male a coloro cui vogliamo bene. Mi sentirei però una persona orribile se fossi io quella che fa del male a una vipera. Se il timore che causano a tante persone portasse a danneggiarle. Siamo circondati da esempi di convivenze difficili: nella sola Italia basta guardare a lupi, orsi e cinghiali. Il diritto all’esistenza delle altre specie, il loro valore ecologico, non si misura in base a quanto è difficile tutelarci da eventuali danni o rischi, o da quanto ci piacciano, e il rispetto per la natura si misura proprio nella capacità di riconoscerlo. Spero non suoni troppo moralista, ma sono dell’idea che l’importanza delle emozioni non dovrebbe soffocare il raziocinio tanto da impedirci un comportamento consapevole.
Intanto, dopo diversi giorni di ricovero, acciaccato e riprendendo lentamente l’appetito, Paco se n’è potuto tornare in canile. E ora, a coda alta e con le sue orecchie paraboliche ben dritte, circondato da persone che gli portano in omaggio pasti gourmet, aspetta l’adozione da cane mezzo miracolato.
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